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Burnout nel mondo della scuola: prendersi cura di chi si prende cura

2026-02-09 13:23

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Burnout nel mondo della scuola: prendersi cura di chi si prende cura

Negli ultimi anni il termine burnout è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto in relazione alle professioni di aiuto e di servizio.

Negli ultimi anni il termine burnout è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto in relazione alle professioni di aiuto e di servizio. La scuola, per sua natura, è uno dei contesti in cui l’impegno emotivo, relazionale e organizzativo è più intenso e continuo. Parlare di burnout nel personale scolastico non significa cercare colpe o alimentare polemiche, ma riconoscere una realtà complessa e prendersene cura con uno sguardo scientifico, responsabile e orientato al benessere.

 

Dal punto di vista clinico, il burnout è una sindrome da stress lavorativo cronico, descritta già negli anni Settanta e oggi riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno occupazionale. Si caratterizza principalmente per tre dimensioni: esaurimento emotivo, distacco o cinismo nei confronti del lavoro e riduzione del senso di efficacia personale. Non si tratta semplicemente di “stanchezza”: è una condizione che nasce quando le richieste dell’ambiente superano a lungo le risorse personali e organizzative disponibili.

 

Quando si pensa alla scuola, spesso l’attenzione si concentra solo sui docenti. In realtà, il mondo scolastico è un ecosistema fatto di molte figure professionali: personale amministrativo, collaboratori scolastici, dirigenti, educatori, personale di supporto, tecnici, assistenti specialistici. Tutti, seppur con ruoli diversi, condividono la responsabilità di far funzionare una comunità educativa complessa, in cui si intrecciano bisogni formativi, relazioni umane, scadenze burocratiche, richieste delle famiglie e sfide sociali sempre nuove.

 

Gli insegnanti vivono quotidianamente un forte coinvolgimento emotivo: la gestione della classe, l’attenzione alle fragilità degli studenti, la necessità di aggiornarsi, la pressione valutativa e organizzativa. Ma anche il personale amministrativo affronta carichi cognitivi elevati, scadenze stringenti, responsabilità normative e un costante lavoro di mediazione tra esigenze diverse. I collaboratori scolastici, spesso in prima linea nella gestione concreta degli spazi e delle relazioni quotidiane, svolgono un ruolo fondamentale di accoglienza, vigilanza e supporto, non di rado in condizioni di sotto-organico e con risorse limitate. I dirigenti scolastici, dal canto loro, si trovano a tenere insieme la dimensione educativa, quella gestionale e quella istituzionale, con un livello di pressione decisionale molto alto.

 

La ricerca scientifica mostra che il rischio di burnout aumenta quando si combinano alcuni fattori: carichi di lavoro eccessivi, ambiguità di ruolo, scarso riconoscimento, mancanza di supporto sociale, percezione di scarsa autonomia e di limitate possibilità di incidere sulle decisioni. Nel contesto scolastico, a questi elementi si aggiungono spesso il cambiamento continuo delle normative, l’aumento delle complessità sociali e educative, e la richiesta, talvolta implicita, di essere sempre disponibili e resilienti.

 

I segnali del burnout possono manifestarsi su più livelli. A livello emotivo, possono comparire stanchezza persistente, irritabilità, senso di svuotamento o di distacco. A livello cognitivo, difficoltà di concentrazione, calo della motivazione e del senso di efficacia. A livello fisico, disturbi del sonno, cefalee, tensioni muscolari, maggiore vulnerabilità allo stress. Riconoscere precocemente questi segnali è un atto di responsabilità verso se stessi e verso la comunità lavorativa.

 

È importante sottolineare che il burnout non è una “debolezza individuale”. Al contrario, riguarda l’interazione tra la persona e il contesto organizzativo. Per questo, la prevenzione e la cura non possono basarsi solo su strategie individuali, pur utili, come la gestione dello stress o il rafforzamento delle competenze emotive. Serve anche un’attenzione sistemica: organizzazioni del lavoro più sostenibili, spazi di confronto, valorizzazione delle competenze, chiarezza dei ruoli, promozione di un clima collaborativo e di supporto reciproco.

 

Nella scuola, investire sul benessere del personale significa investire direttamente sulla qualità del servizio educativo. Numerosi studi dimostrano che ambienti di lavoro più sani favoriscono non solo la salute dei lavoratori, ma anche relazioni più positive, maggiore efficacia organizzativa e migliori esiti per gli studenti. Una comunità scolastica che si prende cura dei propri membri è una comunità più capace di prendersi cura dei ragazzi e delle ragazze che accoglie ogni giorno.

 

Un ruolo importante può essere svolto dalla formazione continua, non solo sul piano delle competenze tecniche, ma anche su quello delle competenze relazionali ed emotive. Così come è preziosa la possibilità di avere spazi di ascolto, supervisione e confronto tra colleghi, in cui condividere difficoltà, buone pratiche e strategie di coping. Anche il riconoscimento del valore del lavoro svolto, spesso dato per scontato, è un fattore protettivo potente contro il logoramento emotivo.

 

Parlare di burnout nella scuola, dunque, non è un atto di denuncia sterile, ma un gesto di cura e di responsabilità collettiva. Significa riconoscere che chi lavora ogni giorno per l’educazione, l’organizzazione e il funzionamento delle istituzioni scolastiche merita attenzione, rispetto e condizioni di lavoro che favoriscano il benessere. Solo così la scuola può continuare a essere non solo un luogo di apprendimento, ma anche un ambiente umano, sostenibile e generativo per tutti coloro che lo abitano.

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